L’agenzia
di stampa Indymedia è nata con le manifestazioni contro la
globalizzazione di Seattle, nel novembre 1999. Oggi conta 57 centri in
21 Paesi. Una nuova forma di giornalismo open source e militante
di Salvatore
Romagnolo La
nascita di Indymedia è avvenuta nel novembre 1999, con le
manifestazioni di Seattle. In un magazzino dismesso, sotto un centro per
i senzatetto, un pugno di
giornalisti provenienti dai media alternativi americani lanciava una
piccola rete di informazioni militanti. Tre anni dopo, questo collettivo
internazionale di “mediattivisti” utilizza ogni risorsa di Internet
per testimoniare e informare sui movimenti che lottano “per un’altra
globalizzazione”. Indymedia conta migliaia di membri. 57 Centri
Indymedia, in 21 Paesi offrono quotidianamente i loro contenuti di
testi, audio e video a milioni di visitatori. Questa enorme macchina
funziona unicamente grazie all’energia di centinaia di volontari che,
per vivere, hanno un’altra attività professionale. Essere
il media Con
il tempo, la politica editoriale di Indymedia si è evoluta.
Dall’allegro disordine delle origini, il sito è passato a un modello
un po’ più strutturato. Emarginato e attaccato dai grandi media sulla
credibilità, Indymedia ha imparato a filtrare e ordinare
gerarchicamente il suo contenuto. Senza per questo centralizzare le
decisioni né censurare la libertà dei toni. Infatti, fedele al suo
motto “Don’t hate the media, be the media!” (Non odiate i media,
siatelo!), Indymedia continua a dare la parola a tutti i suoi lettori:
“Ogni utente di Internet può commentare, completare o criticare tutti
gli articoli online. In effetti, Indymedia è interamente costruito sul
postulato dell’intelligenza dei lettori”, dice Brian Drolet, capo
redattore di Freespeech.org e sessantenne membro fondatore di Indymedia. In
realtà, si è venuta stabilendo una specie di moderazione a posteriori
dei contributi. Non per paura di sbandate - “Abbiamo avuto solo due o
tre casi di articoli ritenuti razzisti, fascisti o sessisti, che sono
stati ritirati”, assicura una collaboratrice tedesca, una sociologa
femminista responsabile del sito di Berlino - piuttosto, per accrescere
la leggibilità e la credibilità delle centinaia di contributi
pubblicati ogni giorno. Così, per mettere in evidenza le storie
migliori, alcuni Centri Indymedia hanno adottato nel 2000 un sistema di
rating (classificazione, valutazione), ispirato dalla webzine
pionieristica Slashdot.org: ogni internauta può attribuire un voto agli
articoli, secondo il loro interesse e la loro pertinenza. È anche stata
cambiata la presentazione delle home page: la colonna centrale accoglie
ormai gli articoli dei membri attivi di ogni Centro Indymedia e quella
di destra è diventata un filone di attualità in cui si raccolgono i
contributi delle migliaia di utenti mediattivisti Il
sito non ha mollato Per
mettere online questo sito open source, si sono dovuti migliorare gli
strumenti di pubblicazione. Manse Jacobi, fondatore del sito americano
Freespeech.org, fin dall’inizio ha lavorato con l’australiano
Matthew per adattare il software libero Cat@Lyst, che quest’ultimo
aveva sviluppato in proprio. A Seattle era sul posto per installare come
server dei Pc che gli avevano prestato. I computer funzionavano grazie a
“botte” di solidarietà: Freespeech assicurava la location e la
banda passante, la società di servizi LoudEye assumeva a suo carico
tutto il contenuto video, in diretta o in differita. E quando il vertice
iniziò, la vittoria fu totale: il sito ricevette più di un milione di
connessioni al giorno, senza cedere. “Avevamo tanta audience quanto la
CNN. E, grazie ai nostri articoli e alle foto, abbiamo costretto le
grandi reti americane a modificare l’atteggiamento verso le violenze
della polizia, a parlare dei gas lacrimogeni e delle pallottole di
caucciù”, ricorda Brian Drolet. Progressivamente,
si è dovuto estendere questo sistema ai nuovi centri indipendenti che
si creavano. Dalla fine del vertice di Seattle, Indymedia ha conosciuto
una crescita rapidissima, a seconda delle lotte del movimento
antiglobalizzazione. Nell’estate del 2000, le convenzioni dei partiti
Repubblicano e Democratico (e le contro-manifestazioni ad esse
collegate) hanno dato vita alle sezioni di Washington e di Philadelphia.
Poi è stata la volta di San Francisco, in occasione di una riunione
della lobby delle grandi reti televisive americane. In Europa, la
Francia è stata tra le più precoci: è il processo di José Bové a
Millau, nell’agosto del 2000, che fa scoccare la scintilla. La
Germania aspetta le manifestazioni contro i treni di scorie nucleari del
marzo 2001, l’Italia la segue nel giugno dello stesso anno. E nascono
decine di altri siti locali. Allora, per gestire la crisi della
crescita, i fondatori di Indymedia hanno giocato la carta del
pragmatismo. Si sono create numerose mailing-list locali o tematiche per
comunicare all’interno. Per ragioni di costi, le chat in diretta su
IRC hanno sostituito il telefono. Per aumentare le capacità
d’accoglienza del sito, dieci Centri Indymedia si sono dotati di un
proprio server. Oggi, su una mailing-list particolare, 50 tecnici di
tutto il mondo collaborano per gestire questa rete superdecentrata. Niente
panico Il
contro-vertice di Genova e le manifestazioni anti G8 del luglio scorso
hanno segnato una svolta. “Sapevamo che Genova avrebbe battuto tutti i
record”, dice Ryan, ingegnere di rete del centro Indymedia di San
Francisco. “Allora abbiamo messo a punto un nuovo sistema per gestire
la memoria e abbiamo aggiunto dieci server secondari che alcuni utenti
ci avevano messo a disposizione. Abbiamo mantenuto circa 3 milioni di
connessioni al giorno, per una settimana”. Altra novità: sono state
create delle passerelle verso siti amici. In Francia, il portale
Temporary News Engine ha unito, durante il periodo genovese, Indymedia e
gli hacktivisti di Samizdat.net. “Per fare ciò, abbiamo creato una
versione personalizzata di SPIP, il software di edizione sviluppato dai
nostri amici del MiniRezo. A
Genova, soprattutto, Indymedia ha potuto valutare il cammino percorso:
la sua indipendenza di spirito e di tono è ormai presa sul serio dai
rappresentanti dell’ordine costituito. Già nell’aprile 2001 l’Fbi
aveva fatto irruzione nei locali del Centro Indymedia di Seattle,
sequestrando dei computer contenenti gli archivi dei file di Log e delle
informazioni sui visitatori di Indymedia. Erano stati restituiti solo un
mese dopo, in seguito a una vasta protesta di numerose ONG americane. Ma
a Genova l’attacco è stato più massiccio. Nella notte tra sabato e
domenica 22 luglio, dei carabinieri scatenati, affermando di essere in
cerca di armi, sono penetrati con la forza nel palazzo dov’era
sistemato il Centro Stampa. Malgrado la violenza, i 70 giornalisti
presenti non si sono fatti prendere dal panico. Si erano preparati a una
tale eventualità. Prima che i poliziotti interrompessero il server che
diffondeva le sue emissioni in MP3, Radiogap.net, una radio alternativa
italiana installata nel Centro Stampa, ha avuto il tempo di lanciare il
messaggio: “Resistenza passiva! Non abbiate paura, amici! Cari
ascoltatori, state vivendo la repressione in diretta!” E
la sera stessa, molto rapidamente, in gran parte grazie alle
informazioni scambiate per cellulare, sono stati rimpiazzati da
internauti che hanno riportato, minuto per minuto, l’incursione dei
carabinieri. Le informazioni venivano riprese dai siti di diversi Centri
Indymedia. A Parigi, Gilles Klein non si capacita tuttora d’aver
potuto pubblicare, in tempo reale, delle foto sui fatti. Erano state
inviate dal Centro Stampa da un attivista equipaggiato con un
apparecchio digitale e un PDA collegato con gli infrarossi a un telefono
cellulare. Dopo la partenza dei poliziotti, l’informazione non è
cessata. Priorità:
il Sud Di
fronte alla violenza ostentata nel Centro Stampa, diversi inviati
speciali dei media tradizionali sono insorti e si sono avvicinati al
movimento di Seattle e ai suoi mediattivisti. La Federazione italiana
dei giornalisti, Reporters sans frontières e l’International
Federation of Journalists, che rappresenta 450 giornalisti di 100 paesi,
si sono perfino ufficialmente indignate. Indymedia ci ha guadagnato un
po’ più di riconoscenza. Ma
i suoi responsabili mantengono il sangue freddo. Sanno che
“l’effetto Genova” è stato temporaneo: finita l’effervescenza,
i media tradizionali hanno ripreso a ignorare questi giornalisti
dall’impegno politico imbarazzante. Soprattutto, non dimenticano le
loro priorità: se Indymedia ha ormai messo buone radici nel mondo
occidentale, bisogna ora sviluppare un modello simile nei Paesi del Sud.
I centri del Nord hanno già inviato del materiale per il montaggio di
video, dei computer e dei modem verso i centri Indymedia meno ricchi:
Russia, Argentina, Brasile, Congo, Colombia, Messico, Chiapas. Per
aggirare l’analfabetismo, viene favorita la radio via Internet. E, per
non limitarsi al popolo di Internet e incoraggiare le letture collettive
d’informazioni, si sta sviluppando un’edizione di archivi in PDF,
scaricabili, da stampare.
12 maggio 2002 Copyright © Savatore Romagnolo - Tutti i diritti riservati |
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